19/05/2009
Non c'è dono più grande
L'amorevolezza è forse la forma principale della compassione. Questa non si attua se siamo focalizzati su ciò che fanno altre persone, su come possiamo assecondarle o su come difenderci dai loro atti. Non si può attuare se ergiamo una barriera di pensieri intorno al nostro sentire più profondo.
Sia l'amorevolezza che la compassione, nascono però, necessariamente, dalla comprensione: ovvero, quando si è dissolto il senso di essere una entità separata. E' quando ci liberiamo da questo senso egoistico che possiamo vedere il mondo con chiarezza e senza proiezioni personali o esasperazioni emotive interessate a soddisfare solo le nostre esigenze particolari.
Se capiamo che gli atti e scelte che si esprimono attraverso di noi non sono le nostre azioni, e che le azioni che succedono attraverso altre entità umane non sono le loro azioni, anche se sembrano influire su di "noi", realizziamo la profonda comprensione che ciò che esiste in tutti gli esseri, ciò che genera ogni azione, è una Unica Coscienza.
Se non facciamo ritorno al nostro cuore e a questa consapevolezza, non riusciamo davvero a vivere con compassione e amorevolezza. Perdiamo la connessione con lo spirito unitario.
Quando siamo invece nel centro del cuore e nella consapevolezza, ci troviamo nel Silenzio da cui proviene ogni sentimento: nel Cuore del Coscienza.
La compassione dunque si esprime sempre in assenza di giudizi, colpe e condanne.
Emerge nell'animo quando l'ira e le inquietudini, le emozioni negative, non sono presenti almeno in modo rilevante.
Si manifesta nell'animo soprattutto quando perdoniamo noi stessi e gli altri.
E, affinché la Grazia dell'amorevolezza possa discendere e donarsi, è importante prima aver completato il percorso del perdono e dell'accettazione.
Non possiamo creare direttamente l'amorevolezza senza esserci spogliati dall'arroganza del senso dell'ego.
Perché essa – la compassione - può fare la sua comparsa solo quando siamo dis-identificati da quel "noi" egoistico, egocentrico.
Per cui, prima accade questo staccarsi dal senso dell'ego e, conseguentemente, succede l'aprirsi all'Amore per noi e per il Tutto.
Quando scopriamo questa dimensione entriamo, di fatto, nel mondo dell'Amore consapevole.
Il dare e il ricevere allora accadono senza sforzo, naturalmente.
Quando sorgono amorevolezza e compassione naturalmente, è certo che si è baciati dalla Grazia. Non c'è dono più grande di questo.
14:49
Scritto da : prajnaram
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11/05/2009
AUTORIVELAZIONE
Perché non realizziamo l'Essenza che è sempre qui e adesso?
Perché ci sembra così difficile ritrovarla?
Questo succede, secondo me, perché abbiamo l'ansia di volere e di ambire alle cose passeggere ed effimere.
Qualsiasi cosa noi vogliamo diventare o avere, dobbiamo saperlo, è un ambizione della mente.
L'ambizione e la mente in pratica sono la stessa cosa.
E, invece che aspirare a qualcosa nel divenire, possiamo essere immediatamente liberi perché la Libertà e l'Essenza sono già adesso, nel luogo in cui siamo. Sempre.
Se questo non lo percepiamo, allora significa che vogliamo ciò che non è adesso, che non siamo in grado di sentirlo nel posto in cui ci siamo.
Se abbiamo questo sentimento erroneo, è evidente che vogliamo raggiungere altro da quello che non è lì con noi.
Se cerchiamo e vogliamo raggiungerlo, quando lo raggiungeremo diventerà un nostro ottenimento, un nostro possesso, destinato comunque ad essere perso, per legge naturale.
Ma, in realtà, ogni nuovo ottenimento che raggiungiamo non può essere l'Essenza, perché la l'Essenza è già presente dove siamo.
Essa non emerge, non si mostra, solo perché la mente è altrove, cerca quel che non è qui e ora, non accetta il Reale.
L'Essenza non può mai divenire un ottenimento perché non è un oggetto da possedere. E' la pura ed eterna presenza, la nostra natura trascendentale.
Quello che non è sempre presente, non è essenziale, non andrebbe rincorso perché non appartiene alla dimensione dell'Eternità. E' sempre mondano, impermanente.
Ciò che è realmente importante, invece, è ciò che c'è sempre: l'Essenza.
Non dovremmo quindi ambire a nulla, spiritualmente parlando, che non sia aldilà del tempo, che non sia Eterno.
Questa dimensione però la si ritrova solo quando ci liberiamo dai desideri della mente, dai richiami e attaccamenti sensoriali, dalle ambizioni proiettate nel futuro.
Quando questo accade, il Divino rivela Sé stesso a Sé stesso.
13:31
Scritto da : prajnaram
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13/03/2009
C'E' SEMPRE POSTA PER NOI
Quale occasione per uscire dal torpore in cui posso essere immerso? Sono chiamato a svegliarmi immediatamente alla sensibilità, devo aprirmi a ciò che ho di fronte, viverlo pienamente senza indugi.
Allora realizzo l'infinità di lettere che non ho mai aperto fino ad oggi. E ricordo che nonostante ricevessi queste montagne di posta mi credevo solo, trascurato, dimenticato... perso.
Ciò rende naturale domandarmi in ogni situazione: chi sto incontrando in questo momento, cosa mi sta comunicando il riflesso di me stesso?
Allora viene il tempo d'imparare a rispondere alle lettere che mi giungono. Non devo rimandare, posso aprirle subito. E istantaneamente il mondo cambia. La prospettiva è del tutto nuova.
E, incredibilmente, in questo gioco di riflessi, tu hai scritto questo messaggio e lo leggi allo stesso tempo per aiutare la tua anima a riconoscersi, a ricordarsi di essere presente, a non dimenticarsi di sé.
Questo vale ovviamente anche per me: perché è solo quando sono veramente presente che sono tutto ciò che c'è. Solo allora niente mi è estraneo, non sono mai isolato da ciò che vedo, tocco e sento.
Allora il sorridere è sorridere a me stesso, il mondo sorride. Se vivo con questa attenzione rendo vivo il mondo in cui abito, l'altro che incontro.
Ogni emozione, ogni stato d'animo riflette perciò la qualità della mia presenza. La mia vita, la nostra vita, la vita, qui e adesso, è contemporaneamente l'enigma e la risposta.
Sii dunque presente e vivi, perché vivi solo se sei presente.
14:29
Scritto da : prajnaram
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LA CATTIVERIA, L'ODIO COME MANCANZA D'AMORE
Non mi è stato semplice andare oltre i pregiudizi e gli schemi mentali che mi ero fatto intorno a questo argomento. Ma alla fine di una lunga indagine, dopo riflessioni ed esperienze personali, ho compreso che principalmente lo è perché non ama nessuno. E' cattivo appunto perché non ama: dunque soffre e fa soffrire. Non amando se stesso, non riesce ad amare nessun altro e non è riamato. E' un tremendo circolo vizioso da cui il cattivo fa fatica ad uscire.
La compassione (cum-patire) invece vuol dire partecipare della sofferenza dell'altro. E' proprio il percorso opposto a quello che fa colui che esercita la cattiveria, l'odio, a colui a cui è negato e nega l'amore.
Chi esprime crudeltà, cattiveria scappa dalla sofferenza, perché non vuole sentirla, e quindi fugge la sua e la sofferenza altrui attraverso l'anestesia affettiva, la corazza dell'insensibilità. E' questo tentativo di rafforzare l'insensibilità il motivo principale per cui sente la pulsione di causare agli altri sofferenze, fare loro del male. Di ciò egli non è consapevole, ovviamente. La sua mente egocentrica gli offre mille giustificazioni che però non sono la causa reale dei suoi comportamenti.
Infatti, sono l'insensibilità, l'indifferenza le basi e le ragioni primarie della cattiveria, come quelle di ogni forma di espressione maligna.
Questa anestesia del cuore rappresenta la miseria poiché soffoca la grandezza dello spirito umano. L'assenza della sensibilità trasforma in negativo tutto ciò con cui entra in contatto e crea dolore incessantemente.
Creare sofferenza, soffrire, non saper amare, sono gli effetti dell'insensibilità della persona che scappa proprio dalla sua sensibilità per non soffrire. La sofferenza più grande è esistere senza essere in grado di amare. I crudeli, i cattivi, i prepotenti soffrono appunto per questo non saper amare, anche se lo negano.
Essere immersi nello spirito dell'odio, della cattiveria è una sofferenza di per sé.
La mancanza di sensibilità è la peggiore delle sofferenze, perché fa di chi soffre questa privazione una sorta di zombie anaffettivo, un specie cadavere ambulante. Infatti il cattivo non può godere l'esistenza attraverso il più bel sentimento umano: l'amore.
Questa è una disgrazia immane.
Quando uno è crudele, cattivo, prepotente è distante dalla sua anima. Il suo cuore è bloccato e pietrificato nella sofferenza. L'aggressività verso gli altri è il segno esteriore di questa sua drammatica situazione interiore.
La pena più pesante sta nel restare lontani dalla luminosità, dal calore umano, fuori dal regno dell'amore, separati dalla sensibilità.
Il dolore più grande è forse quello di essere sopraffatti dalla cattiveria, nonostante le apparenze e le ostentazioni arroganti di colui che la mette in atto.
Perciò, anche se non è facile, anche se va contro le spinte emotive dettate dalla reattività egoica, è proprio per i cattivi che si dovrebbe avere una particolare compassione. Questa sorge alla luce di una Comprensione superiore che non è giustificazionista della cattiveria, dell'odio, ma una consapevolezza sovra personale della realtà umana.
Non è un comprensione moralistica, banalmente ideologica e buonista, ma comprensione che è scaturisce da un cuore consapevole; una Visione d'Amore che sa osservare le cose con i fenomeni con l'occhio Divino che tutti abbiamo dentro.
14:27
Scritto da : prajnaram
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10/03/2009
QUANDO RICONOSCO LA MIA RABBIA...
Infatti ora noto, dall'aspetto dei miei pensieri, quando mi sento arrabbiato o minacciato, che essere aggressivo e sentirmi aggredito sono un'unica cosa nella mia mente coinvolta in quel processo.
Per cui ho capito che se sono in grado di sentire la mia aggressività è molto più difficile che sia aggressivo. E' stato veramente importante imparare a non reagire immediatamente all'aggressione dell'altro con un'altra aggressività.
Ho compreso che quando sono pienamente presente sento molto meglio la mia reattiva aggressività.
Posso allora sentire l'altro dentro me, sentire la sua sofferenza di sentirsi a sua volta minacciato.
Percepisco maggiormente la sofferenza dell'essere aggressivo.
Per cui tendo a rispondere alla sofferenza del mio interlocutore piuttosto che alla sua aggressione.
Come accusatore invece sono portato a sentirmi aggredito senza sentire la mia aggressività.
Interpreto il mondo come ostile invece che come sofferente. Questa interpretazione mi spinge a costruire un mondo effettivamente aggressivo poiché la maggior parte dei miei interlocutori tende a reagire altrettanto automaticamente con aggressività alla mia aggressività.
E' come un oggetto nello specchio che si riflette all'infinito in una sala di specchi: questo è il meccanismo di fondo dell'aggressione generalizzata.
Ora non reagisco più in questo modo. Posso soffrire sentendo la sofferenza di chi mi aggredisce, cercando di evitare di venire rinchiuso nella trappola dell'ostilità senza poterne trovare l'uscita.
Quando sono consapevole posso anche avere pensieri aggressivi ma, per l'appunto, li riconosco subito come tali. Non do loro più energia, alimentandoli con la giustificazione.
So che si tratta di semplici pensieri, non sono portato ad obbedire loro meccanicamente.
Inoltre, la conoscenza che ho dei miei pensieri arrabbiati, mi permette di comprendere empaticamente i pensieri di chi mi aggredisce con parole o con azioni, perché capisco che egli non sta vedendo i suoi pensieri con la stessa consapevolezza che ho io in quel momento.
L'errore che posso invece compiere quando sono aggressivamente inconsapevole è il non mettere spazio tra me e le mie emozioni. Credere che il mondo ostile che proietto sia reale. Piuttosto di provare compassione per la sofferenza dell'altro, m'immagino che egli gioisca per la mia, il che mi fa arrabbiare ancora di più. Anche se l'irritazione a tutt'oggi è sempre possibile, invece di accusare l'altro della mia sofferenza e aggredirlo, trovo molto meglio far sorgere in me una sana risposta alla rabbia, attraverso la coltivazione della calma e della compassione, che poi sono i frutti primari della presenza della consapevolezza.
L'importante è dunque comprendere con chiarezza che non vi è consapevolezza reale senza compassione, come non vi è compassione senza consapevolezza.
13:36
Scritto da : prajnaram
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CRISI: LA RESA DEI CONTI
Ogni genere di crisi, personale o collettiva, è una sorta di resa dei conti per una qualche forma di stupidità applicata in precedenza.
Ammetterlo è il presupposto necessario per una sua soluzione.
Cercare di pagare un prezzo di comodo - fare i furbi - per uscirne frettolosamente, in qualche modo, è la conferma che la stupidità, e i suoi sottoprodotti fatti di egoismi vari, permane.
Essendo ogni crisi il risultato di una convergenza di scelte e valutazioni erronee, solo quando la stupidità che le ha causate è riconosciuta ha la possibilità di essere rimossa, non più ripetuta.
Perciò se si vuol pagare il conto con l'imbroglio, con moneta falsa, essa si perpetuerà, e si aggraverà fino a diventare cronica.
E' appunto per questo che ogni crisi è una grande scossa, seppur dolorosa, che ci offre è un'opportunità di trasformazione e di miglioramento, ma solo a condizione che lo si voglia veramente.
13:34
Scritto da : prajnaram
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05/03/2009
LA RADICE DEL SOFFRIRE PSICHICO
La sofferenza ha una causa basilare che ha molteplici effetti che si riverberano nel nostro esistere.
La sofferenza psicologica nasce fondamentalmente da un senso illusorio di separazione e termina quando comprendiamo che quella separazione non è reale, che non esiste.
Quando si è intuito questo principio fondamentale, ci si può pure aggrappare alle nostre tensioni, alle nostre convinzioni, sia a livello psichico che fisico.
Questa resistenza è comprensibile dal punto di vista dell'ego.
Gli attaccamenti al nostro modo di pensare e di sentire, che affondano le loro radici in lunghi anni di abitudinarietà e conformismo, hanno bisogno di un pò tempo per essere smontate.
Ma il presupposto, la precondizione al de-condizionamento è una comprensione, un’intuizione essenziale di ciò che siamo.
Se la sorgente dell’ignoranza non è debellata, nessun argine può contenere i sintomi dolorosi che ne scaturiscono e si riflettono continuamente nel nostro vivere quotidiano .
Se non avviene questo potente insight, tutto ciò che andiamo smontando si riformerà, si ricostituirà in nuove forme, con molta probabilità.
La sofferenza psicologico-spirituale può dunque attenuare la sua presa, fino a lasciarci, solo se siamo capaci di Vedere da dove realmente nasce e dove può svanire definitivamente.
14:28
Scritto da : prajnaram
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LA SMARRITA VIA DI MEZZO
E' come la mano di un bambino che stringe fiduciosamente quella del genitore: stringe né troppo forte né mollemente. E' una presa giusta, naturale. Non c'è tensione o allentamento in essa.
Essa è infusa dallo spirito della temperanza che calma, rasserena e non giudica.
Questa Via di mezzo la sperimentiamo quando siamo energici, flessibili, centrati.
La si ritrova quando si è rilassati di fronte alle situazioni della vita.
La Via di mezzo attiene alla nostra più profonda natura.
Andrebbe stabilizzata e fatta diventare la Via amica, di ogni passo, di ogni istante.
14:26
Scritto da : prajnaram
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LIBERI DALLA PERSONALITA'
Per essere in grado di farlo dovremmo liberarci da tutte le credenze, dalle informazioni, dalle opinioni raccolte qui e là su di noi.
Sarebbe bene osservare e osservarci invece con uno sguardo nuovo, liberi dell’immaginazione che l’ego si è costruito; allora scopriremmo una bellezza del tutto insolita, ricca di nuovi orizzonti.
Altrimenti avremo solo monotone ripetizioni. Proviamo ad esplorare ed esplorarci senza alcun pregiudizio, senza conclusioni e preconcetti. Entriamo nel nostro silenzio infinito e lasciamo emergere una nuova visione.
Siamo così condizionati ad avere a che fare con gli oggetti che diventa quasi naturale vedere anche noi stessi come un oggetto.
Ci convinciamo di essere il signor X e viviamo come questo signor X accumulando conoscenze in nome suo, senza sapere che costui non ha nessuna realtà autentica.
Quando il senso dell'io – rappresentato dal crederci il signor X - si evidenzia, i suoi argomenti non sono solo basati sul bello e sul vero, ma soltanto sulla sopravvivenza sia fisica che psicologica della persona nella quale è identificato.
La consapevolezza di questa illusorietà può tardare a farsi strada, richiedere tempo, ma un giorno vedremo che avremo vissuto come un’entità che non ha nessuna realtà.
Quel momento è l'inizio di una trasformazione radicale, importantissima, nella nostra vita.
Allora scopriremo la bellezza di non essere nulla di ciò che credevamo.
La considerazione personale si svuota di contenuti particolari facendoci realizzare che siamo il Tutto.
In noi, più o meno marcatamente, c'è un presentimento di questa apertura, lì dove non c’è né limite né centro. In questo spazio aperto la nostra intelligenza è a nostra disposizione nel migliore dei modi.
Adesso può emergere un'ottica nuova nella quale la memoria interferisce sempre meno.
Quando siamo questo spazio aperto, aderiamo a ciò che ci circonda nella sua totalità. Se non siamo niente, siamo liberi dalle scelte, liberi dalle selezioni, liberi dalle discriminazioni. Possiamo lasciare che la vita si presenti a noi, senza timore, così com'è.
Allora non saremo condizionati dalla personalità che si è sovrapposta al nostro essere autentico e in quel momento, saremo in grado di relazionarci agli altri e noi stessi non più come oggetti. Da questa nuova modalità esistenziale la bellezza e la benevolenza troveranno modo di esprimersi sempre meglio.
14:24
Scritto da : prajnaram
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28/02/2009
RIDIVENTARE CREATIVI
Quando si è bambini si gioca disinteressatamente, si passa parecchio tempo a inventare situazioni, siamo traboccanti di vitalità. Se però nostra crescita è stata ostacolata in maniera pesante saremo più avanti probabilmente adulti nevrotici, gente spenta, privata delle radici. Molto spesso il bambino che abbiamo dentro perde strada facendo il suo talento originario. Occorrerà perciò rieducarlo gradualmente per ricondurlo al recupero dello spirito creativo.
Un individuo che è troppo condizionato dal passato non può essere creativo o, se lo è, lo è in modo nevrotico. Ogni uomo è predisposto a essere creativo, non lo sono solo i musicisti, pittori, poeti...
La creatività viene alimentata da quell'energia sessuale poi alimenta anche altre e innumerevoli attività umane, comprese le opere artistiche. Per cui c'è una relazione tra i blocchi emotivi che ci portiamo appresso, il modo in cui respiriamo, la naturale accettazione della sessualità e la propensione ad essere creativi. Non basta essere attivi, fare cose disparate per essere creativi.
A volte lo siamo quando la nostra ispirazione si concretizza facendoci dipingere, comporre, scrivere...
Altre volte lo siamo mentre quando balliamo, esprimendo creatività nel momento, anche se poi non resta nulla della nostra danza. La creatività dunque non si realizza solo nella produrre di un’opera che si concretizza... ma quando siamo ispirati in una attività, in un fare espressivo.
Comunque può succedere che pur facendo delle opere costruttive si sia necessariamente creativi.
Alcune attività professionali e di servizio se svolte soltanto meccanicamente e finalizzate al mero guadagno, non lasciano molto spazio alla creatività nonostante comportino impegno e lavoro.
Diversamente succede quando si prende in cura e amore un giardino, quando si coltiva con pazienza e attenzione un orto.
E' grande la soddisfazione che si ricava da questi atti creativi quando si osserva sbocciare i fiori, crescere gli ortaggi: c'è la sensazione di partecipare al rinnovarsi e trasformarsi dell’esistenza.
Lo stesso artigiano è creativo quando fa nascere dalle sue mani oggetti decorati, opere ben eseguite.
Questo al contrario di molti lavori e attività che sono caratterizzati dalla routine, dalla monotona ripetitività che, seppur di impegno o responsabilità, non vengono però sentiti come espressioni gioiose e costruttive. In pratica, non creative.
Non riescono ad accendere il nostro entusiasmo creativo; non ci fanno sentire di essere protagonisti di una realtà in continuo cambiamento.
La creatività, inoltre, si esprime anche quando aiutiamo un altro a diventare se stesso. Creare, per esempio, non consiste soltanto nel generare un figlio, ma significa educarlo.
L’attitudine amorevole di una madre può essere creativa quando di un bambino farà un sano adolescente, quindi un futuro uomo. Qualcuno ha detto che l’essere umano oggi soffre e vive nel malessere perché non sa più danzare con la sua vita. Sono d'accordo: bisognerebbe imparare a farlo per rendere questo mondo più bello e accogliente. Essere creativi dunque è una forma d'amore per la vita, di compartecipazione positiva alla sua manifestazione.
14:08
Scritto da : prajnaram
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SE NON SUCCEDE IN ME E' IMPROBABILE CHE ACCADA ALTROVE
Non posso essere amorevole e pacifico se non mi amo e non ho pace dentro di me.
Non posso raggiungere l'essenza profonda se fuggo da me stesso. Se lo faccio, mi distraggo e mi perdo per restare alla periferia del mio essere e dell’esistenza.
Un modo molto efficace che ho imparato per non fuggire, per avere il coraggio di affrontare la mancanza d'amore, l'inquietudine, il dolore... è lo stare faccia a faccia con me stesso che accade nella meditazione. Questo imparare ad entrare in uno stato meditativo mi serve poi ad affrontare la vita quotidiana senza paure né fughe. E un modo molto valido per liberarmi gradualmente dalle emozioni negative che mi accompagnano, quando non sono centrato nel nucleo interiore della mia natura.
La meditazione non consiste dunque solo l'esplorare la vacuità metafisica e il silenzio del non-manifesto. Significa piuttosto scoprire il non dualismo, l’assenza di conflitto nella percezione diretta delle dinamiche esistenziali. E' così che posso diventare un essere umano integro e posso crescere, espandermi, realizzarmi. In questo stato di fluidità e onestà posso sentire la forza vitale emergere in me nella sua pienezza. Sento sradicarsi gli antichi timori inconsci, i vecchi fantasmi dell’infanzia.
La spiritualità, per non essere una menzogna, una fantasticheria inutile, non deve comportare solo negazioni, quale il voler reprimere l’ego, mortificare il corpo rinunciando al piacere, sublimare le emozioni.
Invece la forza dell'esistenza in me, in ognuno, si fortifica, esalta, solo se la scopro alla sua fonte.
Se trovo la via, se ho il coraggio di vivere, se imparo ad aprirmi, osserverò con stupore quanto i condizionamenti negativi che dominano la mia vita cominceranno a lasciarmi.
Essere aperto vuol dire anche aprirmi alla dimensione ricettiva, femminile. Non c’è espansione del cuore senza apertura. E aprirmi significa rendermi vulnerabile senza falsità, senza ipocrisie. Non posso sbarrare tutte le porte, interne e esterne, e nello stesso tempo aprirmi alla grazia Divina. E siccome la grazia Divina può raggiungermi anche attraverso le prove più crudeli, terribili, devo essere aperto, perché è sempre Dio che bussa alla porta del cuore, della coscienza.
Sviluppare il principio dell’accoglimento, consiste nel non proteggermi, significa includere ogni esperienza, anche quando arriva in maniera insolita, imprevedibile. La condizione meditativa, lo stato di consapevolezza senza scelta, rappresenta dunque l’apertura alla forza vitale nella sua forma conflittuale che va dalle gioie più grandi alle più forti delusioni.
Vuol dire rivivere adesso le sofferenze che mi hanno bloccato, ferito... e dire sì anche a loro.
E’ scoprire semplicemente che ho vissuto, che sto vivendo, animato da quella energia infinita che non è la mia vita, ma la Vita, la manifestazione Divina.
Supero perciò la mia particolare esistenza, nella quale mi sento limitato, mi sento asfissiare, quali che siano i miei successi e programmi e scopro che sono l’espressione o una forma della energia cosmica. Quell'energia che anima ogni cosa dell'Universo. La Pace e l'Amore allora trovano umanamente dimora dentro di me, accompagnandosi ad un senso di gratitudine.
14:00
Scritto da : prajnaram
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La sostenibile leggerezza dell'Essere qui e adesso
Ciò che conta essenzialmente è ciò che è qui e adesso. Non c’è null'altro che questo. Non c’è niente da comprendere. E’ questo che si riflette come leggerezza, che sembra nascere quando gli eventi sono in accordo alle mie idee e che sembra scomparire quando le situazioni non corrispondono al mio modo di vedere, a ciò è giusto per me.
E' bene che arrivi il momento in cui smetto di considerami onnipotente e onnisciente e di volere risolvere i problemi mondani o i miei, perché sono i medesimi, allorché capisco che in entrambi i casi si tratta di oziose fantasticherie. La smetto con l'assurda pretesa di controllo di ciò che è incontrollabile.
Concretamente invece, posso regalarmi dei momenti durante il giorno, come quando sono fermo ad un incrocio con l'auto, per qualche istante in cui esco dal tempo psicologico, dove lascio andare la credenza di essere una persona, di avere famiglia, un impiego, una ideologia e mi offro a quello che c’è.
Può essere il sentire un mal di schiena, un rumore assordante, un odore gradevole, quello che c’è nel momento, senza volerci ricavare niente. Ciò è l’essenziale, la bellezza senza definizione, il puro godimento senza scopo. Questa accoglienza si infonderà piano piano nella mia vita, fino al giorno in cui vorrò quello che c’è, perché ciò che c’è, è quello che deve esserci. Sarò arreso al ciò che è, finalmente.
La manifestazione di questa leggerezza può essere terrificante se necessario.
Quando il leone sbrana la gazzella, quando la grandine rovina il giardino, quanto il treno è in ritardo... è la stessa leggerezza, se ci si pone senza un'idea precostituita, senza aspettative.
Ma se ho una idea, un pregiudizio, una aspettativa allora, scegliendo, per esempio di stare dalla parte del leone o della gazzella, la faccenda diventa drammatica o meravigliosa.
Questo senso di leggerezza accade invece solo se non ho un’idealità che riguarda il modo in cui deve essere il mondo, se non ho la vanità di voler migliorare la creazione, lo svolgersi del reale. Non è indifferenza, ma sottomissione alle leggi universali che trascendono il mio relativo punto di vista, il mio circoscritto bisogno.
Questo però non impedisce al mio organismo di muoversi, di contemplare... è nella natura della vita esercitare il movimento, l'osservazione. Però non esiste che io sappia meglio di Dio ciò che deve essere. Non c’è meglio o peggio, tranne se vivo in modo idealistico, fantasticando. Altrimenti, anni dopo, penserò, filosofeggiando, ancora sul perché della povera gazzella sbranata dal leone, sulla ingiustizia di uno tsunami... e su una miriade di cose che mi sembrano ingiuste.
Se sarò capace di lasciarmi andare alla libera espressione delle imperscrutabili leggi e forme della manifestazione, non avrò più pretese e non sarò più affaticato da queste.
Abbandonando ogni pretesa sulle cose, sulle situazioni, sugli altri, sulla leggi di natura... scoprirò la leggerezza dell'essere... qui e adesso.
13:52
Scritto da : prajnaram
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Né ottimisti né pessimisti
C'è chi pensa sia meglio vivere da ottimisti, pur rischiando di avere torto e chi pensa sia meglio vivere da pessimisti credendo di avere ragione.
Per me invece è meglio vivere né da ottimisti né da pessimisti, ma semplicemente vivere sinceri con se stessi, in equilibrio e consapevoli, ispirati dal momento sempre nuovo.
13:49
Scritto da : prajnaram
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20/02/2009
Nemmeno l'accettazione m'appartiene
L’immaginare che un giorno troverò conforto, sperare che qualcuno o qualcosa mi sorreggerà, che un evento o una filosofia mi renderà felice per sempre, sono le basi del conflitto, del disagio, del malessere…
Questi scompensi, disequilibri vengono proprio dall’incomprensione del fatto che non posso essere diverso da ciò che sono e che non ho margini reali per l’auto determinazione.
Non essere ciò che sono è impossibile, perché qualunque cosa o situazione che promana dal Tutto si manifesta come una necessità assoluta, come una forza, un’esigenza ineluttabile.
Non ho dunque alcuna scelta, devo attuare la convergenza d'indirizzi e spinte che s'individuano in me. Questo vale per me come per ognuno, evidentemente.
ll mio destino è questa danza che si mette in azione e che mi sincronizza con la manifestazione diversa che mi sta intorno, la quale va esprimendosi nell'infinità dei fenomeni, momento dopo momento, ovunque.
Partendo dunque da questa primaria sensazione esistenziale nasce il disagio, il quale scaturisce appunto dalla contrapposizione generata dal credermi un qualcuno in grado di fare quello che liberamente vuole e la danza oceanica dell’energia Cosmica che invece mi “costringe” altrimenti, a passi "obbligati".
Questa mia voglia di danzante indipendenza sorge dal desiderare, funzione intrinseca dell'ego. Seppure non c’è alcun desiderio manifesto, in realtà il desiderio è sempre presente.
E’ l’effetto del percepirmi separato, potenzialmente libero.
Sebbene possa trovare questo determinismo inaccettabile perché sembra neghi la mia irrinunciabile identità e possibilità di scelta, per il Tutto ciò è irrilevante. Questo perché è solo nel Tutto che si trova il compimento della completa espressione dell’assoluta Libertà.
La presunta parte dipende necessariamente dal Tutto: quindi non ha mai potere reale in sé.
Allora non c’è niente da accettare.
Perché anche come ego sono, nei fatti, semplicemente forma del Tutto-Uno.
Quando tuttavia io sono il Ciò che è, dis-identificato, e non ho nessuna considerazione di ciò che sono, o non sono, quando non c’è secondo, io divengo l’accettazione stessa, perché non rimane nulla da accettare.
Non ho perciò niente da aggiungere con una accettazione personale. In questa comprensione, essa diviene chiaramente superflua.
Ogni accettazione secondaria va e viene, non è che un ombra effimera dell’accettazione essenziale.
Per cui se anche volessi sviluppare una modalità di gestione dell’accettazione creerei solo una sorta sovrapposizione mentale inutile.
Nonostante possa credere di poter accettare in quanto persona, in realtà non è mai la mia accettazione che accade. E’ sempre l’accadere impersonale del ciò che è, l’aldilà di un me che non c’è.
19:47
Scritto da : prajnaram
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In equilibri far le oscillazioni
Tempo fa credevo che gli accadimenti che mi succedevano fossero dovuti ad un continuo avvicendarsi di cause ed effetti sui quali potevo avere la possibilità di scelta. Dunque pensavo fosse giusto scegliere solo ciò che ritenevo il bene e che rifiutassi il suo opposto.
Non riuscivo a vedere che in tutto quello che accadeva era sempre presente l'alternarsi di eventi opposti. Potevo per esempio ritirarmi e dimorare in un spazio di solitudine e sentirmi appagato. Oppure potevo lasciarmi coinvolgere dai richiami del piacere dei sensi e poi rimanerne deluso o frustrato. Non avevo mai la comprensione adeguata per rendermi conto che in me c'erano oscillazioni costanti, come quelle di un pendolo. Continuavo a pensarmi in una sola maniera parziale, unilaterale: mi consideravo sostanzialmente giusto, umanamente buono, bravo, comprensivo...
Era però come se cercassi, assurdamente, di costringere il pendolo a fissarsi da una parte sola. Ero perciò sbilanciato perché escludevo l'altra parte di me meno presentabile.
Il rimedio a questa forzatura è stata la consapevolezza, che consiste nello sperimentare la vita senza che la mente opponga resistenze di sorta a ciò che siamo. Solo così ho potuto comprendere meglio il miracolo di contenere in me le contraddizioni e il paradosso degli opposti.
Ho accettato perciò di vivermi anche altro: il contrario di ciò che reputavo d'essere. Solo con questa inclusione e integrazione delle polarità ho potuto essere realmente libero di scegliere le mie esperienze, perché non mi opponevo più al fatto di avere in me anche quello che era diverso da ciò per il quale avevo optato di rappresentarmi.
L'energia a questo punto poteva fluire in modo più armonioso. Ero più autentico, onesto.
Questo spirito di accettazione mi ha permesso altresì di affrontare con consapevolezza qualsiasi aspetto o situazione, per quanto spiacevole fosse. Mi ha permesso di rendermi conto che tutti quegli eventi o aspetti minacciosi e terribili che mi preoccupavano erano sempre esistiti nel mondo e dentro di me. Che non potevano mai scomparire, perché appartenevano alla mia umanità, all'umanità del mondo.
Realizzavo, constatandolo nel quotidiano, invece che erano state le mie reazioni meccaniche di paura, di insicurezza, di ansia a lasciarmi. Ero in un equilibrio dinamico.
Avevo dunque imparato ad evitare o ad attraversare, a non restare più invischiato nelle emozioni disturbanti, negative. La lotta interiore si era dissolta. Le tensioni andavano sempre più attenuandosi.
Avevo capito come modificare i miei stati d'animo e le mie esperienze, mediante la comprensione della mia relazione col mio stato di consapevolezza.
La saggezza, frutto maturo della consapevolezza, è dunque per me il più alto stato dell'essere perché capace di contenere, disposto ad accogliere, in sè tutto quello che non è comprensione, che non è amore.
Ecco perché andrebbe ricercata, ognuno a modo suo, durante questa grande avventura esistenziale. Trovarla è una grande benedizione.
19:42
Scritto da : prajnaram
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Essere interi, essere veri
Quando vengo pervaso da uno stato di fluida accettazione, da una ampia apertura emotiva, tutto ciò si traduce in un processo di espansione. Quando questo non è un semplice transito da un condizionamento, da un limite, ad un’altro, apparentemente meno opprimente o creduto superiore, mi rendo disponibile ad una nuova consapevolezza.
Questa è un risvegliarsi della Coscienza. Quando si realizza, non determina un come mi debbo comportare nel vivere quotidiano. Perché quando c’è integrità nel mio animo e la consapevolezza mi illumina, non ho alcun dovere di essere o non essere un certo modo.
Questo significa che ho la capacità di assumere in me stesso e di comprendere tutto ciò che è diverso da qualsiasi mio concetto limitato che invece prima proiettavo all’esterno.
Significa sapere che quando do importanza ad un fattore che considero positivo, sto creandone nello stesso momento uno negativo che gli si contrappone.
Significa capire che quando faccio della erudizione un ideale, avrò a che fare con l’ignoranza che le si oppone. Significa anche che quando perseguo un ideale ideologico, un modello di virtù, mi costringo a convivere con il peccato o il senso di colpa che inevitabilmente mi accompagneranno.
Quindi dovrò accettare la responsabilità di avere contribuito a formare questa situazione nella quale mi sono imprigionato psicologicamente e mio malgrado.
Quello che vado negando, pur avendolo costruito da me stesso, sfugge necessariamente al mio controllo. Ma, che la cosa la voglia o no, mi costringe ad occuparmene, a darle attenzione.
Così non posso fare a meno di vivere in un mondo d’ignoranza e di peccato, di paure e sensi di colpa, che io stesso ho elevato a valore per contrapposizione.
Solo quando non oppongo alcuna resistenza alle negatività e non mi chiudo di fronte a queste, non sono costretto a gestirle. Solo quando vedo la bruttezza che è sempre dentro di me, sono libero di creare bellezza. Solo quando mi rendo conto della stupidità, della ottusità, che porto dentro di me, sono libero di accogliere l’intelligenza, la creatività, l’amore. Solo quando mi accetto integralmente per come sono, divento libero di essere me stesso, sono spontaneo e non sono più interessato a giudicare.
Anzi, ora posso veramente accettare l'altro, perchè accetto me stesso.
19:39
Scritto da : prajnaram
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13/02/2009
Vivere senza riserve
Allora guardiamo come viviamo la nostra quotidianità. Si potrebbe dire che non facciamo altro che fuggire dalla realtà dei fatti, e proprio per questo soffriamo e ci creiamo ogni genere di disagio. Da ciò nasce il tentativo di trovare conforto o consolazione nella ricerca spirituale o nella adesione ad una credenza religiosa, ideologica, filosofica. Incredibilmente non siamo capaci di comprendere che non potremo mai sottrarci alla realtà delle cose che stiamo vivendo nel momento presente. Nonostante gli innumerevoli ed estenuanti tentativi di sottrarci alle svariate situazioni che sono in atto, noi non ce la faremo. Paure, gioie, dolori, noia, entusiasmi... ci accompagneranno sempre. Non c'è via d'uscita perché è nella natura della realtà contenere gli opposti. Non ci resta che confrontarci con questa realtà: capire profondamente che è inevitabile avere a che fare con queste espressioni contraddittorie della vita. Dobbiamo accettarle perché necessarie.
La vita stessa, per manifestarsi, implica le polarità, le opposizioni in connessione fra loro, continuamente. Dobbiamo prenderne atto definitivamente. Non ci possono essere solo le polarità che ci piacciono, che troviamo gradevoli. Dobbiamo accogliere tutto e il contrario di tutto.
Prendere solo un aspetto e volere scartarne l'altro che sta all'opposto ci porta necessariamente al conflitto, alla sofferenza, alla frustrazione. Non si può invocare un “come dovrebbero essere le cose” piuttosto che accettare come sono. Questa attitudine al volere solo ciò che ci aggrada è il viatico che conduce alla infelicità. Questo va compreso fino in fondo. E' inutile resistere al gioco degli opposti esistenziale.
Perciò è sensato e saggio, a mio modesto parere, lasciare essere ogni momento che la vita ci offre... meglio se con gratitudine.
Basta accoglierlo, osservarlo senza alcuna riserva, non cercare di negarlo, lasciarlo fluire...
E' sicuramente destinato a passare. E' la natura di ogni fenomeno.
La Vita stessa è un divenire interminabile di momenti che cambiano. Ciò che non può cambiare mai è la Pura Consapevolezza che li osserva scorrere.
Allora il punto è accettare con serenità l'ordinarietà del vivere quotidiano... questo è il passaggio più difficile per il ricercatore spirituale ambizioso e speranzoso. L'ego bisognoso di conquiste lo aborre.
Ciò che non si vuole abbandonare è l'acquisita identità del ricercatore che si ostina a volere altro da ciò che è. Questi non riesce mai a rilassarsi in profondità. Spera sempre in un qualcosa... domani, chissà?
Non c'è niente da rifiutare nel ciò che è; c'è solo da dargli il benvenuto, dirgli un grande "Sì", comunque sia, anche quando si esprime con il "no" momentaneo. Allora vediamo che il conflitto si spegne, s'indebolisce, perché ogni cosa va seguendo il suo corso... comprese le occasionali insofferenze, gli strani momenti... che ci accadono.
E' ciò, piaccia o non piaccia all'ego, è la vita che merita sempre di essere vissuta.
15:03
Scritto da : prajnaram
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Quando è amore, il ricevere è già nel dare
Quando siamo in questa condizione, dovremmo onestamente riconoscerlo, invece di incolpare il mondo per questa triste e penosa situazione. Se non siamo ricettivi, disponibili ad accoglierlo, o lo condizioniamo ai nostri desideri egoistici, esso non ci può raggiungere. Non dovremmo cercarlo come compensazione per i vuoti interiori che abbiamo: perché con questo spirito lo respingiamo. Spesso, noi non vogliamo vivere il mistero e la magia l'amore, ma soltanto non sentirci soli, avere una compagnia fisica, una relazione confortante o una passione eccitante...
L'amore che non si può perdere in realtà appartiene ad una dimensione diversa dal pretendere, dal volere... dai fondamenti dell'amore egoistico.
Soltanto quando non abbiamo più l'attitudine all'amore possessivo, l'amore vero si fà individuare, ci offre l'occasione d'esperienza profonda. Questa opportunità è sempre a portata di mano: proprio perché si può amare da subito e senza condizioni, a prescindere dai tornaconti che potrebbero avere.
Questo è il segreto: più amiamo, più saremo ricambiati.
Su questa base di Fiducia, l'appagamento interiore è certo, perché l'intrinseca natura dell'amore è condivisione. E quando ci doniamo disinteressatamente siamo, di fatto, in amore.
L'amore dunque è uno stato dell'essere, che sgorga da una fonte interna, che va ritrovato in noi stessi per poi essere manifestato e condiviso per non inaridirsi e sfiorire.
La legge cosmica dell'Amore fa sì che ci venga sempre restituito sostanzialmente l'amore che abbiamo offerto. Il nostro cuore, se è aperto, viene naturalmente attratto dal campo d'energia amorevoli, per cui basta che dia che immediatamente riceve.
Il miracolo, il paradosso dell'amore, è che la gratificazione del ricevere è già nel dare.
15:01
Scritto da : prajnaram
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10/02/2009
Testamento biologico - Appendice
Preferirei morire un giorno, se fossi irrimediabilmente malato e sofferente, lasciando serenamente un corpo sostanzialmente spento, piuttosto che morirne, sopravvivendo, centomila da macchina.
Per me, non è la vita di per sè che è sacra, ma lo è la Luce dello Spirito
che l'illumina. Questa Luce risplende sia sulla vita che sulla morte, ed è oltre e al di sopra di entrambe.
La Nostra essenza, per me, è questa Luce.
Il corpo è un tempio solo quando c'è la consapevolezza di abitarlo. Altrimenti è, a mio avviso, un semplice involucro costituito di materia organica.
Comunque, non vorrei mai che questa scelta valesse per chi non la condivide; ma auspicherei che chi non è d'accordo non me la impedisse in nome di valori che non mi appartengono, che sono pur sempre relativi.
13:50
Scritto da : prajnaram
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07/02/2009
Breve testamento spiritual-biologico
Se il 'mio' corpo un giorno non mi rispondesse più, se i sensi fossero disconnessi dalla 'mia' consapevolezza, lasciatelo morire, lasciatelo andare.
Non accanitevi a volere tenere in vita questo apparato biologico-mentale, questo organismo umano, che ormai non mi serve e non serve a nessuno.
O forse serve solo a gratificare l'altrui egocentrismo, ammantato di carità non richiesta; o fors'anche serve per rimuovere la paura della morte che scuote coloro che non sono preparati all'evento.
Non preoccupatevi di colui che lo abitava o, che 'prigioniero', lo starà ancora abitando, ormai privo di scelta umana.
Lasciatelo ritornare a vivificare la terra in altre forme. Non accanitevi a voler dimostrare che siete superiori alla morte, che siete capaci di prolungare una vita vegetativa. Lasciatelo andare... Non sono interessato a nessuna ideologia che vincola lo spirito alla macchina biologica ormai distrutta, devastata... anche se il vostro fare è in buona fede.
Dio mi ha donato un corpo per vivere delle esperienze... e accetto il suo misterioso e impercrutabile disegno che non posso comprendere. In Lui non sono mai nato, mai morirò.
Egli sa come dare e come togliere... e sono fiduciosamente arreso all'insondabile destino che mi spetta.
Sia fatta la Sua Volontà, dunque, non quella delle menti identificate con il corpo, con la la mera materia e non con lo Spirito che l'anima.
19:20
Scritto da : prajnaram
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